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Ho da sempre un rapporto di amore/odio verso le spine a pompa e soprattutto verso la birra in cask. Da amante del mondo birrario anglosassone subisco tantissimo il fascino e la storia di questo sistema di spillatura, grazie anche alla resistenza verso le lager insipide delle multinazionali che vi si è celata dietro per molti anni; d’altro canto, girando Inghilterra e Scozia, ho bevuto tanta di quella mondezza in cask da farmi a tratti ricredere.

Ma cosa significa davvero birra in cask? E birra spillata a pompa? Sono la stessa cosa? Sì e no, o meglio: il secondo non implica necessariamente il primo. Qualche tempo fa, facendo due chiacchiere con un amico che lavora da diverso tempo dietro al bancone di vari pub romani, ho chiesto che differenza ci fosse tra una birra craft italiana in keykeg spillata a pompa o spillata normalmente a CO2. Perché a me, sinceramente, parevano la stessa identica cosa. Alla fine il keykeg evita il contatto della birra con la CO2 (c’è una sacca nel fusto che viene compressa dall’esterno), quindi se la tiro fuori spingendo con CO2, aria compressa o tirando su con la pompa inglese non dovrebbe cambiare assolutamente nulla. Eppure, in giro è pieno di pompe inglesi con keykeg attaccati.

CaskAle

Alla fine, chiacchierando, è venuto fuori che l’unica differenza è il livello di dissipazione di CO2. Attaccando un particolare dispositivo alla fine del beccuccio della pompa (lo sparkler), si favorisce la nucleazione a bolle fini della CO2 durante la spillatura. Risultato? La birra è meno carbonata e le bolle sono più fini. La birra è ovviamente diversa, perché diversa è la sensazione tattile al palato.

Da questa rivelazione la mia curiosità sul tema è aumentata, anche se non lavoro al banco, e quando il mio amico mi ha fatto vedere questo libretto sono subito corso a ordinarlo.

cellarmanship interno libro

Il libro è piccolo ma non piccolissimo, alla fine sono 120 pagine. La stampa è basic con qualche disegno in bianco e nero. Come si intuisce dal titolo, è rivolto principalmente a chi lavora dietro il bancone di un pub e ha a che fare con i cask, ovvero i fusti di birra spillati a pompa. La trattazione in diversi capitoli si spinge molto sul tecnico, ma altre parti sono godibili da chiunque. Diciamo che una buona metà del libro è rivolta a tecnici, ma c’è da leggere con piacere anche per chi vuole soddisfare una semplice curiosità, tipo me.

In definitiva, un libretto che mi è piaciuto molto e che ha sciolto alcuni miei dubbi amletici sul servizio in cask e a pompa. Ben scritto, informativo e utile. Bisogna essere necessariamente un po’ nerd per leggerlo, ma non stiamo nemmeno parlando di un condensato di astrusi tecnicismi.

Disponibile su amazon a circa 10€, solo in inglese.

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Appassionato di birra e di pub da sempre (in particolare quelli di impronta irlandese), dal 2012 mi sono lanciato nel mondo dell'homebrewing. Ho iniziato con i ragazzi di Brewing Bad con impianto a tre tini, ora produco in casa con un piccolo impianto BIAB elettrico da 10 litri. Nel 2014 ho frequentato il corso da degustatore presso l'Associazione Degustatori di Birra (oggi UDB). Dal 2015 sono docente nei corsi organizzati da Fermento Birra. Scrivo di homebrewing su Fermento Birra Magazine e curo la rubrica "Il Fermentatore nell'Armadio" su Cronache di Birra. Da Luglio 2017 sono ufficialmente giudice BJCP.

1 COMMENT

  1. Quanto allo sparkler ho letto (ma non ricordo dove – ahimè: dev’essere stata una delle mie primissime letture ormai parecchio tempo fa… forse Daniels) che intaccherebbe così tanto l’esperienza della bevuta da non potersi nemmeno più considerare una bitter. Ci rimasi male, perché sono sempre rimasto ipnotizzato da come il vortice nel bicchiere si trasforma gradualmente in quel cremoso cappello di schiuma… e la successiva bevuta raramente mi ha deluso… certo devo dire che invece la “birra in cask” risulta troppo liscia per me (che pur prediligo le basse carbonazioni), nonostante il pub che frequento abbia un giro sufficiente a scongiurare il rischio che il fusto diventi vecchio…

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