E con Luglio che se ne va, ci avventuriamo nell’estate inoltrata. Stagione che non amo particolarmente, ma passerà anche questa.

Luglio è stato un mese particolare. Con la fine di MashOut! podcast, ho potuto riprendere a pieno ritmo l’aggiornamento del blog, che negli ultimi anni avevo trascurato. Sono felice di essere tornato a scrivere regolarmente di birra e homebrewing anche su questo blog. Un luogo virtuale che è nato ben 12 anni fa. insieme alla mia passione per l’homebrewing.

Questo sarà l’ultimo post prima delle italianissime “ferie estive”. L’aggiornamento regolare dei contenuti tornerà a settembre, insieme a diverse novità a cui sto lavorando.

Una è in realtà già online, tra le pagine di questo sito, anche se non l’ho ancora pubblicizzata (indizio: è sulla colonna qui a destra per chi legge dal web, in fondo per chi è sul telefono). L’ho gestita in versione “beta” durante il mese di Luglio. Ho preso le misure, valutando se poteva funzionare. È andata bene. L’iniziativa per ora va in pausa insieme al blog, tornerà in veste ufficiale a settembre.

C’è anche un altro progetto a cui sto lavorando e a cui continuerò a lavorare durante il mese di agosto. Più complesso, vedrà la luce sempre intorno a settembre, al massimo ottobre. Ne parlerò più in dettaglio dopo l’estate.

È poi in arrivo una birra in collaborazione con un noto birrificio italiano. Arriverà probabilmente qualche anticipazione dalla pagina Instagram del blog la prossima settimana, durante la cotta.

Torniamo a parlare di homebrewing

Con questo ultimo post prima dell’estate, volevo riprendere il tema affrontato nel mio ultimo articolo su Cronache di Birra, in cui delineavo una situazione dell’homebrewing in Italia non proprio rosea. Poche le nuove leve, molti gli homebrewer storici che hanno mollato il colpo negli ultimi anni. Come mai? Come si fa a mantenere viva la passione per questo hobby?

Ho provato a ragionare sul mio caso: come mai, dopo tanti anni, ancora provo enormi stimoli quando metto mano al pentolone? Ovviamente il mio è un caso particolare, non generalizzabile a chiunque. Ma potrebbe fornire qualche spunto di riflessione.

La passione per i pub e per i viaggi

Al contrario di molti, io non ricordo il momento esatto in cui assaggiai la prima birra. Nemmeno quello in cui misi per la prima volta piede in un pub. È curioso, ma nella mia memoria è come se ci fossi nato, in un pub. I primi ricordi delle bevute con gli amici, dopo quelli nelle feste in casa, sono al pub.

I primi tempi in cui mi avvicinai ai pub e alla birra non bevevo artigianale. Parliamo della fine degli anni ’90, da poco erano attivi i primi birrifici italiani, tra cui il Birrificio Turbacci qui vicino Roma, e altri al Nord come l’Open Baladin e Birrificio Italiano.

Nei pub di Roma non esistevano le birre artigianali. Sceglievo i pub in base all’atmosfera, all’orario di apertura, non certo per la  birra che servivano. E così iniziai a frequentare i pub irlandesi di Roma, come lo Shamrock, il Fiddler’s Elbow, il Druid’s Den. Pub che aprivano presto nel pomeriggio, servivano la linea Guinness (quindi anche Harp, Kilkenny etc…) ed erano frequentati spesso da stranieri.

Da qui vennero poi i molteplici viaggi in Irlanda, di cui ricordo perfettamente ancora il primo. Era il 2000, prenotammo insieme a un amico un giro in Irlanda tramite agenzia. Quei viaggi con volo charter in cui sceglievi i B&B in cui dormire da un enorme catalogo cartaceo, facendoti guidare dal nome e dalla piccolissima foto. Da lì, nacque la mia passione per i viaggi, spesso a tema birrario.

Io, con la mia fida chitarra in spalla, durante il primo viaggio in Irlanda

Credo che questo forte legame tra pub, birra e viaggi sia ancora il motore che tiene viva la mia passione per l’homebrewing, arrivata molti anni dopo (nel 2012).

Ancora oggi, fare birra in casa è per me uno strumento per conoscere meglio questa bevanda, gli stili, le culture che ci sono dietro. I pub, quello che si racconta e si vive in questi luoghi magici, così diversi ma anche simili tra loro.

L’homebrewing e la birra mi danno la motivazione per prendere lo zaino e partire, anche da solo, con la certezza di trovare amici che condividono questa passione in ogni parte del mondo. L’homebrewing è per me uno strumento, non un fine.

La birra è il centro di tutto

Questo approccio all’homebrewing, che è stato per me naturale sin da subito, ha portato e mantenuto la birra al centro di tutto. I pentoloni, le attrezzature, i concorsi sono per me solo un mezzo per studiare e vivere il fantastico mondo della birra in tutte le sue declinazioni.

Ovviamente anche io subisco il fascino della nuova attrezzatura, mi capita spesso di acquistare quell’accessorio inutile solo per il gusto di averlo tra le mani e aggiungerlo al mio arsenale. Questo però non mi ha portato a focalizzare l’attenzione unicamente sull’impianto, sul formato di imbottigliamento o sull’automazione fine a se stessa. Mi interessa il giusto.

Il blog mi ha sempre spinto a provare nuove strade, stimolando la mia curiosità con nuovi argomenti da approfondire e raccontare. Qualche anno fa sono passato alla contropressione, all’inizio con qualche remora, poi con grande entusiasmo. Ma questo non significa che debba provare ogni nuovo accessorio che si affaccia sul mercato, per forza, per raccontarlo sul blog. La mia passione mi spinge sempre e comunque a parlare di birra, di stili, di storia.

Avere la passione per l’attrezzatura o per il fai-da-te in generale è legittimo, ci mancherebbe. Ma quando l’homebrewing non ruota intorno alla birra, è molto probabile che con il tempo la passione si focalizzi su altro. Che ne so: il barbecue, la pesca, la panificazione, la cucina. Ripeto, tutto assolutamente fantastico e condivisibile, ma è un attimo poi che i pentoloni finiscano nel fondo del garage a prendere polvere mentre acquistiamo su Amazon il nuovo grill della Weber.

La passione per gli stili e la loro storia

In Italia, ma non solo, abbiamo una certa avversione verso gli stili birrari. In particolare nei confronti dei quelli codificati dal BJCP. Ci sentiamo invasi, costretti, limitati. Via gli americani dall’Italia! Via il BJCP dall’Europa! Ultimamente mi è capitato di leggere sui social diversi commenti con queste venature polemiche.

L’altra settimana, quando sono stato in giuria alla terza tappa del concorso MoBI, all’Open Baladin di Piozzo, ho ascoltato Teo Musso, fondatore dello storico birrificio piemontese, raccontare come secondo lui gli stili limitino la creatività del birraio. Una visione che personalmente non condivido, ma tant’è. Ognuno ha le proprie convinzioni, meritano rispetto.

Per me, invece, gli stili sono stati – e sono tuttora – uno strumento per comprendere meglio la birra nelle sue mille articolazioni. Sono una costante fonte di ispirazione, uno stimolo allo studio e alla ricerca. Non li vedo affatto come costrizioni, anzi, al contrario, li ho sempre visti come una spinta verso la conoscenza e la creatività. Può sembrare banale come pensiero, ma credo davvero che solo conoscendo gli stili birrari si può essere creativi con intelligenza e ispirazione.

Come posso perdere lo stimolo a produrre birra in casa quando ci sono così tanti stili da replicare? Facendo due conti veloci, in 12 anni di produzione con più di 150 cotte alle spalle, ne ho brassati circa la metà di quelli censiti sul BJCP (un po’ meno). Di questi, in una minoranza sono arrivato a un livello che posso ritenere buono. Per i restanti, sono ancora al livello di sperimentazione. Ne avrò per altri 12 anni, almeno.

E non parlo necessariamente di stili codificati nel BJCP. Ne esistono molti altri, alcuni storici, desueti, che possono costituire spunto di riflessione e approfondimento. La scusa per una nuova cotta, l’ennesimo viaggio per degli assaggi in loco e per vivere la cultura locale che attorno a determinati stili si è sviluppata.

Lo spirito di condivisione 

Sono anni ormai che produco in solitaria, sul mio balconcino. Questo aspetto non lo cambierei: sono pur sempre un ingegnere, amo stare dietro ai dettagli tecnici di ogni cotta senza distrazioni.

Ben venga qualche cotta di gruppo, ci mancherebbe, ma per me rimane l’eccezione.

Senza questo blog e senza gli incontri con altri homebrewer, questo hobby perderebbe però una buona parte del suo fascino. La condivisione è stata la prima cosa che ho fatto, ancor prima di produrre la prima birra. Il blog è nato quasi d’istinto, ho iniziato a raccontare quello che facevo – all’epoca insieme a tre amici – senza riserve. I successi, le delusioni, le incazzature. E non mi sono più fermato.

Quando mi capita di fare il giudice nella giuria di concorsi per homebrewer, il momento più divertente è sempre quello in cui, a fine giuria, ci sediamo al tavolo con gli altri homebrewer e iniziamo a parlare di birra. Assaggi, risate, riflessioni su stili, modalità produttive e ingredienti.

Per quanto mi piaccia starmene al bancone del pub da solo con una pinta e un libro in mano, il lato sociale della birra e dell’homebrewing rimane per me imprescindibile. È la benzina che alimenta questa passione. Anche per questo non amo partecipare a giurie “mordi e fuggi”, preferisco farne di meno ma fermarmi la sera per godermi appieno i momenti di rilassamento e condivisione.

L’obiettivo non è diventare giudice

Se alcuni anni fa in Italia mancavano giudici per le giurie dei concorsi per homebrewer, oggi ho quasi l’impressione che ve ne siano in sovrabbondanza. Non mi capita di rado di trovare giurie già al completo, o di sentire giudici lamentarsi perché sono stati esclusi dalla tale giuria perché già formata.

Anche il Tasting Exam BJCP, che organizzerò quest’anno per la seconda volta, si riempie praticamente subito una volta pubblicata la data.

Molti dei nuovi giudici sono homebrewer che decidono di “fare il grande passo”. Ma è davvero così? Fare il giudice è un passo avanti rispetto a fare l’homebrewer?

Direi proprio di no. Non è né un passo avanti né uno indietro. È semplicemente un’altra attività. Che può piacere, ma anche no. A me piace molto, è un percorso che mi offre continui stimoli portandomi a mettere costantemente in discussione diversi aspetti che ruotano intorno all’assaggio e alla percezione di aromi e sapori. Ma non è mai stato qualcosa che ha tolto tempo e risorse al mio hobby principale che è la produzione casalinga di birra.

Sono due passioni che si incrociano e si stimolano a vicenda, ma restano due passioni distinte. L’una non escluderà mai l’altra.

E nemmeno vincere i concorsi

L’ho fatto anche io. Ho partecipato a qualche concorso, specialmente all’inizio. Anzi, mi sono incaponito con quello locale, Brassare Romano, finché non siamo arrivati primi all’edizione del 2014. I concorsi sono divertenti, a volte frustranti. Sicuramente ti mettono in discussione, il che fa sempre bene.

Negli ultimi anni, poi, la qualità di concorsi è giurie in Italia è aumentata parecchio. Ci sono ancora diverse cose da sistemare a mio avviso, ma senza dubbio la situazione è migliorata. Mandare una birra a un concorso può davvero essere utile per avere un feedback esperto (nella maggior parte dei casi) ma soprattutto senza pregiudizi o condizionamenti.

C’è chi ama competere, chi riesce a gestire le delusioni, chi invece non sopporta la competizione. Va bene tutto, ognuno sceglie il percorso che lo fa sentire meglio. Però, a mio parere, passare l’anno a fare cotte solo per i concorsi può diventare alienante. Per piazzarsi decentemente al concorso nazionale, quello organizzato da MoBI, che si svolge in sei tappe più la finale, si deve passare l’intero anno a fare cotte solo per il concorso. E a farne davvero tante, una al mese non è probabilmente sufficiente.

C’è chi riesce a reggere questo ritmo senza grandi problemi, ma può capitare di venire rapito da questo turbinare di cotte perdendo del tutto il piacere della produzione casalinga. Per sé, per gli amici, per la voglia di perfezionare una ricetta, per fare la birretta svuotadispensa.

Mentre è senza dubbio utile e anche divertente mandare ogni tanto una birra a un concorso e – perché no? – piazzarsi e ricevere la soddisfazione del premio, vivere di concorsi può diventare sfiancante.

Lo dico perché ricordo benissimo cosa significò per me quel famoso 2014, quando partecipati a tutte e 4 le tappe di Brassare Romano (ed erano solamente quattro!). Fu stressante, perché il mio intento era ovviamente vincere. A fine anno tirai un sospiro di sollievo al pensiero di rimettermi a fare le birre che volevo con i ritmi che preferivo.

Ogni tanto qualche birra ai concorsi mi piacerebbe mandarla e probabilmente lo farò, ma preferisco seguire i miei tempi e godermi le cotte con la dovuta tranquillità. La competizione è divertente, ma può diventare un elemento di stress da non sottovalutare.

Ti sei stufato di fare birra in casa?

No, per niente.

Questo sono io, non è assolutamente detto che quanto valga per me sia adattabile a tutti. Le motivazioni per cui continuo a fare birra in casa sono diverse, molto legate al mio passato e a come mi sono avvicinato a questo mondo. Il background da ingegnere, la passione per i viaggi, per la scrittura e per i pub hanno fatto da collante e ancora sostengono la fiamma che brucia ogni volta che metto mano al pentolone.

Speriamo duri ancora a lungo, intanto vado a pianificare le cotte per settembre. Buona estate a tutti e mille di queste birre!

 

4 COMMENTS

  1. Non è banale l’idea che solo conoscendo a fondo gli stili si possa uscire fuori dalle righe , anzi , secondo il mio umile parere sta proprio lì chiave. Spesso ho attribuito proprio a questa mancanza la bassezza di alcuni assaggi fuori stile o sperimentazioni , come una corsa a chi ce l’ha più duro , al famolo strano… Più uno padroneggia la materia più avrà versatilità di conoscenza, modo di spaziare ed essere creativo. Immagino io che guido una moto, la so guidare, ma non mi sognerei mai di fare i trick perché non padroneggio bene la materia rispetto ad altri che invece faranno i numeri e sembreranno giocolieri, eppure sempre la stessa moto guidiamo!! Quindi in conclusione fatevi venire un crampo alle mani quando andate ad aggiungere spezie ad cazzum…

  2. il paragone tra motociclista e homebrewer è parecchio azzardato. per quanto comprendo lo spirito di fondo, ma un homebrewer non mette a repentaglio la vita se non segue le “regole” degli stili, mentre un motociclista (esperto o meno) rischia di rompersi l’osso del collo (o di far male a terzi) se non si attiene al codice della strada. Il famolo strano del resto ha permesso alla creazione di nuove contaminazioni e sperimentazioni che ora diamo per assodato.
    Non ci stupiamo più quando leggiamo American Wit, NEIPA, o Belgian Stout o addirittura IGA sulle etichette sia di birre hombrewed che commericiali. Eppure guarda un po’, pure queste sono sperimentazioni, il famoso pensare “out of the box” che per il BJCP (e per un certo numero di consumatori è canone… tranne le belgian stout che sono un abominio).
    Piace fare birre in stile? ok. Piace andare oltre? ancora ok. Una cosa non esclude l’altra, e non per questo si può dire che si fanno le cose ad cazzum. é vero… ci sono birre HB con i famosi cachi dell’abero di nonna… ma ci sono pure Amercian Pale Ale con dosi bovine di malti speciali.

  3. Conosco poco Teo Musso, solo per la sua fama, non personalmente e quindi azzardo un mio pensiero in merito a quanto ha detto.
    A mio avviso la sua dichiarazione va letta come un invito a fare qualcosa di nuovo, fuori dagli schemi catalogati. In una parola “inventiamo”.
    Lo stesso concetto l’ho trovato per esempio parlando con Raffale Longo di B94. Raffaele si é trovato “costretto” a indicare la tipologia di birra su una sua libera creazione (ottimissima) solo perché un suo interlocutore gli chiedeva a forza lo stile.
    Forse, e dico forse, dopo anni di birra i protagonisti sentono la necessità di definire qualcosa di proprio. Teo non per nulla ha preso una direzione che lo porta a legare la birra al territorio. Io stesso (limitatissimo personaggio) mi sono trovato a pensare : ma c’è qualcosa che possiamo inventare, possiamo fare qualcosa di nostro (IGA e TipoPils a parte)
    Con questo non voglio dire che dobbiamo usare spezie a badilate o Malti caratterizzanti a secchiate! Già non sopporto le spremute di luppolo e Buddha sa quanti birrifici italiani usano il luppolo senza sapere cosa fanno. Ma fare la birra é come cucinare e per fare un buon piatto dobbiamo PENSARE e OSARE. E come in cucina le linee guida sono importanti anche nella birrificazione sono indispensabili. Del resto si stratta di un patrimonio di esperienze da cui nasce tutto questo è non possiamo prescindere da queste esperienze.
    Per quanto riguarda la passione di birrificare, con gran disappunto di mia moglie, il balconcino resterà mio per molto tempo ancora. Del resto in giro a sparare foto non posso andare e in un qualche modo devo tenere impegnato il cervello e l’hb è decisamente ricco di spunti e pensieri. Vorrà dire che da pensionati sapremo dare consigli più mirati sui cantieri.

    • P.s. Mia moglie si è offerta di comprarmi un locale a Roma dove migrare le mie cose. Pensate come é disperata.

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