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La prima volta che il mio sguardo cadde su una Punk IPA di Brewdog ne rimasi subito colpito. Non conoscevo il birrificio, non sapevo nemmeno fosse scozzese. Correva forse l’anno 2008 (non ricordo bene), erano le prime bottiglie che si trovavano nei beershop romani. A colpirmi furono, ovviamente, il nome della birra e l’etichetta. Notai subito il poster con la punk IPA sopra una montagna di cocci di bottiglie di birre industriali che svettava tronfio sul muro del beershop. Punk IPA: the resistance.

Brewdog poster

Fu così che Brewdog divenne di punto in bianco il mio birrificio preferito: mi piaceva l’attitudine irriverente verso le birre industriali, mi piaceva la grafica delle etichette e, soprattutto, mi piaceva la birra. Ancora oggi tengo in salone, incorniciato, quel manifesto iconoclasta staccato per strada da un muro di Berlino, diversi anni fa. Brewdog non è più il mio birrificio di riferimento, ma lo tengo sempre in una certa considerazione.

Difficile comunque trovare un birrificio che riesca a suscitare pareri così discordanti tra gli appassionati. Brewdog è allo stesso tempo odiato e amato, osannato e fortemente criticato. C’è chi lo accusa di aver cambiato le ricette delle birre di bandiera (tipo la Punk IPA) e di averle rese blande e banali (nel migliore dei casi). Quando lanciarono il primo giro dei vari crowfunding, chiedendo in sostanza soldi ai loro fan per espandere il business, molti si scandalizzarono: ma come, con tutti i soldi che guadagnate venite a chiedere a noi i soldi per crescere? Vergognatevi. Questo commento era il più frequente sotto il loro post del crowdfunding sponsorizzato su Facebook. Io non la penso esattamente così, ma questo è poco importante.

Il loro successo è innegabile ed è sotto gli occhi di tutti. Oltre alle birre standard, producono diverse birre speciali (spesso vendute a prezzi molto alti) che sono apprezzate anche dai loro più agguerriti detrattori. I fan ovviamente le mitizzano, ma anche senza esagerare si tratta spesso di birre molto interessanti. Il progetto di crowdfunding non si è limitato a quella prima richiesta, ce ne sono state diverse altre che hanno incontrato sempre un grande apprezzamento da parte del pubblico di affezionati. Nessuno, credo, può mettere in dubbio il successo di Brewdog dal punto di vista del business. Sulle loro birre si può anche discutere, ma sul resto c’è poco da dire.

Business For Punks racconta la storia del loro successo, ma lo fa in modo diverso dai libri a cui siamo abituati. Negli ultimi anni ne ho letti diversi, scritti da chi ha avuto successo nel mondo birrario: Ken Grossman di Sierra Nevada, Greg Koch di Stone, Steve Hindy della Brooklyn Brewery, Mikkeller. Alcuni interessanti, altri meno, ma nessuno lontanamente paragonabile al libro scritto da James Watt di Brewdog. In questo libro si parla infatti poco di birra e molto di business. Non contiene ricette, non racconta una vera e propria storia. Piuttosto, affronta temi legati al cashflow, al branding, al marketing, alla gestione del team. Riprende concetti cari al mondo della gestione aziendale e del marketing e li fa a pezzi, li deride, proponendo un approccio nuovo che sfida le regole, oltrepassandole.

I business plan non servono a niente, dice James Watt, dimenticateveli. Non perdete tempo a pianificare, impiegate invece le vostre ore preziose per fare qualcosa. Le ricerche di mercato sono roba vecchia. Se create un prodotto al top, sarà il mercato a cercare voi, non viceversa. Essere veloci e reattivi è la chiave del successo. Questi sono solo alcuni dei tanti slogan che troverete nel libro. Il linguaggio è, ovviamente, irriverente e provocatorio. Spesso, mentre si avanza nella lettura, viene da pensare che forse certe cose è facile scriverle dopo aver raggiunto il successo. Bisogna vedere se veramente sono state pensate prima o se sono una conseguenza rara e felice di azioni sconsiderate. Ma tant’è. Qualche evento sarà sicuramente romanzato o quanto meno edulcorato, ma la sostanza, a mio avviso, c’è e non è poca.

James Watt Brewdog

Nel corso della mia esperienza professionale, ho lavorato per grandi aziende di prodotti e servizi tecnologici (sia nel marketing che a stretto contatto con le strutture di pianificazione e controllo): posso confermare che spesso si impiega più tempo a pianificare piuttosto che a fare; si cerca mercato dove non c’è, sperando di trovare una nicchia di clienti disposti ad acquistare un’idea che è già vecchia e sorpassata in partenza. Senza necessariamente rinnegare in toto le teorie di Philip Kotler (guru del marketing), devo ammettere che ho trovato diversi spunti (e anche conferme) in questo libro. Con questo non voglio certo dire che dopo aver letto il libro chiunque possa aprire una azienda e portarla al successo. Leggerlo però aiuta ad aprire la mente. Aiuta a capire che non sempre le pratiche consolidate sono le migliori, specialmente quando ci si avventura in business innovativi. Che poi, in fondo, i principi che predica Watt non sono molto distanti dalle pratiche che aziende innovative come Google mettono in pratica da anni ormai: velocità di reazione, cura del prodotto, obiettivi chiari e un team di collaboratori con forte motivazione.

La comfort zone è quella zona in cui si realizza la mediocrità. Bisogna sempre correre e rischiare per andare avanti e diventare grandi. Su questo, sono totalmente d’accordo con Watt.

A me il libro è piaciuto molto. L’ho letto in pochi giorni e mi sono molto divertito. Non è utile solo per chi vuole aprire un birrificio, ma anche per chiunque voglia portare avanti un progetto o un’idea. A tratti è eccessivo, surreale, in totale controtendenza. Alcuni passaggi stridono con la realtà, ma i concetti di fondo sono solidi e condivisibili.

Ah, dimenticavo: non è un libro che parla di birra. Sappiatelo.

Disponibile su Amazon.it a 20€: Business for Punks: Break All the Rules – the BrewDog Way

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Biz for punks

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Appassionato di birra e di pub da sempre (in particolare quelli di impronta irlandese), dal 2012 mi sono lanciato nel mondo dell’homebrewing. Ho iniziato con i ragazzi di Brewing Bad con impianto a tre tini, ora produco in casa con un piccolo impianto BIAB elettrico da 10 litri. Nel 2014 ho frequentato il corso da degustatore presso l’Associazione Degustatori di Birra (oggi UDB). Dal 2015 sono docente nei corsi organizzati da Fermento Birra. Scrivo di homebrewing su Fermento Birra Magazine e curo la rubrica “Il Fermentatore nell’Armadio” su Cronache di Birra. Da Luglio 2017 sono ufficialmente giudice BJCP.

3 COMMENTS

  1. Ho bevuto la mia prima punk IPA a 21 anni, alla spina. Era il 2000… amavo già da qualche tempo weizen, belgian ales, la mitica Chouffe. Avevo da poco scoperto la XX Bitter. Poi una sera, il mio publican di fiducia, ci piazza questo mostro dicendo… questa PESTA!!!
    AHah che ricordo! Fu amore a prima sorsata. Quella pinta di Punk IPA è stato l’inizio della “fine” 😀 😀 😀

    Amarcord a parte, condivido in toto il giudizio sul birrificio. E condivido, facendo da quello che capisco un lavoro simile al tuo, anche il tuo pensiero sulle aziende. Si fa spesso un gran blabla per produrre prodotti mediocri, e in grande ritardo, con degli extracosti mostruosi.

    “La comfort zone è quella zona in cui si realizza la mediocrità. Bisogna sempre correre e rischiare per andare avanti e diventare grandi. Su questo, sono totalmente d’accordo con Watt.”

    Questo non è vero solo per le aziende, ma anche le persone. Non bisogna mai accontentarsi, andare oltre, sempre. Questo è il bello della vita, è ciò che rende interessante ogni nuova giornata.

    • ma brewdog è stato fondato nel 2007 …. non è possibile quello che scritto sopra!! vabbè! è l’alzheimer che avanza 😀 😀

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