La ragazza con cui convivevo tanti anni fa aveva appeso un foglio sullo sportello del frigo della nostra cucina. Si intitolava: Cose Che Fra Odia. Ogni volta che mi lamentavo di qualcosa che non mi stava bene, andava e lo scriveva sul foglio.
A distanza di qualche mese, la lista è diventata abbastanza lunga.
Non si può certo dire che la vecchiaia stia migliorando la situazione. Con il tempo, almeno, ho imparato a tenere molte cose per me: filtro quello che comunico agli altri e, ancor più, quello che scrivo qui.
Era tanto però che non mi lamentavo pubblicamente, quindi ho pensato di riprendere il tema e mettere in fila alcune cose che proprio non mi vanno giù del mondo della birra artigianale. Cose che leggo sui social, che vivo in prima persona, addirittura cose che a volte faccio pure io (senza per questo andarne orgoglioso).
Il tono è scherzoso, non me ne voglia chi si ritrova in quello che scrivo (chi sa, sa). L’ultimo punto è più serio, tocca un tema delicato che secondo me merita di essere sviluppato. Forse, ancora di più in futuro.
Vi ho voluto bene (non a tutti).
I titoli inventati (no: giudice internazionale non è un titolo)
Come si diventa giudici internazionali? È sufficiente parlare – male – inglese? Partecipare a una giuria fuori dai confini della propria nazione d’origine? Aver fatto l’Erasmus a Cambridge? Avere un lontano zio australiano? Non so, ditemi voi: io mica l’ho capito.
L’ho sempre detto: nel mondo delle giurie di birra le certificazioni contano il giusto. Un certificato difficilmente riesce a inquadrare la vera abilità ed esperienza di un giudice. Anzi, oserei dire che sono più i casi in cui non riesce a farlo rispetto a quelli in cui il livello di certificazione rispecchia effettivamente l’abilità di un giudice.
I motivi sono molteplici: alcuni corsi sono a pagamento, sono brevi e non si mettono certo a bocciare i candidati paganti; esistono quasi sempre voti e livelli, interni alle certificazioni, che nessuno all’esterno conosce; alcune sono certificazioni nazionali, a volte più vicine a un corso di degustazione che a una vera e propria certificazione; ci sono altri mille motivi, inutile stare qui a elencarli tutti.
Questo non significa necessariamente che le certificazioni non siano valide. Alcune lo sono intrinsecamente più di altre, per la metodologia d’esame, e comunque quando si arriva ai livelli più alti di un percorso di certificazione è più probabile che competenze ed esperienza ci siano davvero. C’è poi la formazione professionale, tecnica, che è ancora un’altra storia. Ma non è una garanzia assoluta nemmeno quella: anche in questi casi si può passare con il minimo dei voti, al di fuori dell’istituto nessuno lo saprà mai.
Una cosa, però, è certa: non esiste nessun esame o organizzazione che assegna il titolo di “giudice internazionale”, nonostante sia il titolo che leggo più spesso sui curriculum di tanti giudici. Tra l’altro, molto spesso accompagnato da null’altro.
I concorsi con i BOS da 40 birre (giuro: li ho visti!)
La scena si presenta così: un tavolino, qualche tovaglietta, una teoria di bicchieri in fila uno accanto all’altro. Un quartetto di giudici (a volte tre, a volte qualcuno in più), ciascuno con davanti 20-30-40 bicchieri di birra. Le birre sono state tutte versate, il compito del giudice è sedersi e assaggiarle tutte. Deve individuare le migliori tre.
Le migliori tre birre su 20-30-40 birre. Dopo averle assaggiate tutte. In un colpo solo. Ha senso tutto ciò? No, per me non ne ha.
Questa è la classica scena da BOS (Best Of Show), ovvero la fase finale di un concorso di birra. In questa fase si raccolgono le migliori birre di tutti i tavoli: a volte una per tavolo, a volte due o tre; sono le birre valutate nei gironi eliminatori che hanno preso i voti più alti. Nel BOS si lasciano da parte i voti, si assaggia e si fa una classifica. La prima birra del BOS vincerà il concorso.
In qualsiasi concorso, la divisione delle birre tra i tavoli dei gironi eliminatori non supera in genere le 10-15 birre per tavolo. In un concorso con centinaia di birre iscritte, mettendo insieme le migliori due birre per ciascun tavolo, si arriva facilmente a selezionare decine e decine di birre per il BOS.
Devo dire che, fortunatamente, sono scene che vedo poco in Italia (anche se qualche BOS con 15 birre l’ho visto e forse l’ho vissuto come giudice). Le vedo però spesso arrivare dall’estero. Vengono pubblicate come se fosse una cosa normale, trovarsi a valutare decine di birre contemporaneamente. Senza considerare che il BOS si fa in genere alla fine della giuria, e che lo fanno giudici che hanno già assaggiato molte altre birre nell’arco della stessa giornata.
Solo a me questa cosa pare assurda? Sembra di sì.
Dici: e come si potrebbe rimediare? Facile, si fanno dei mini-BOS con una decina di birre al massimo, da cui passano solo le prime tre. Ci vuole un po’ più di tempo, ma almeno si evitano scene che a mio avviso screditano tutto il mondo dei giudici e delle giurie. Lo penso. E l’ho detto.

I pipponi incoerenti sulla spillatura (non pucciamo il beccuccio. Ah, no: per le birre ceche non vale, pucciamo)
Rega’, basta. Veramente, non ne posso più di sentirmi raccontare quanto sia importante spillare bene una birra, inclinare il bicchiere, tagliare l’anidride carbonica, la schiuma che protegge dall’ossidazione. Basta.
Intendiamoci: non è che la spillatura non sia importante. Lo è. Ed è vero – e corretto – che esistano diversi approcci alla spillatura. Alcune motivazioni tecniche esistono, ma poche hanno davvero un impatto nel bicchiere.
Detto ciò, non c’è ragione alcuna per farla così lunga: spillare la birra è facile, si impara con qualche ora di pratica, non ci vuole una scienza. L’arte di chi sta dietro al bancone – perché di mestiere e arte parliamo – non è la spillatura, ma tutto il resto.
Tra le cose per cui serve esperienza e anche un minimo di preparazione tecnica ci sono ad esempio la calibrazione, la pulizia e il mantenimento dell’impianto di spillatura. Questo sì che può fare la differenza quando la birra arriva nel bicchiere. Un impianto calibrato male può facilmente sovrasaturare o desaturare una birra, con effetti devastanti sul profilo organolettico. Un impianto sporco altera il profilo organolettico della birra, con effetti altrettanto devastanti sulla birra nel bicchiere e con potenziali danni di immagine per il birrificio che magari aveva infustato una birra perfetta.
Se poi spillo in un tempo, in due tempi, col beccuccio dentro, col beccuccio fuori, fai una giravolta, falla un’altra volta, cambia davvero poco. Ma, soprattutto, sono procedure (diciamo anche riti, in alcuni casi, come la spillatura della Guinness in due tempi) che si imparano a fare in poche ore di pratica. Certamente serve un minimo di attenzione per far montare una buona schiuma su una lager, magari aspettando che si compatti per renderla più stabile e bella da vedere. Ma, insomma, non parliamo di magia nera: si tratta di aprire un rubinetto, inclinare un bicchiere e aspettare.
Ripeto: questo non significa che stare dietro a un bancone sia semplice. È anzi molto difficile e sono in pochi a saperlo fare davvero bene. L’atto della spillatura, però, perdonatemi, non è certo il fulcro di questo mestiere.
Ah, un’altra cosa: se io fossi un birrificio che produce lager e scoprissi che un publican sta togliendo anidride carbonica dalla mia birra perché sennò poi gonfia lo stomaco, non ci dormirei la notte. E, forse, gli toglierei i miei fusti dal locale. E pure il saluto.

L’esaltazione dell’alcol e delle bevute seriali (l’alcol fa male, c’è poco da girarci intorno)
Chiudo con un punto meno scherzoso e più serio: l’alcol fa male, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo. È da tanto che vorrei fare un post serio sui rischi dell’alcol, ma poi penso sempre che ne esistono già a sufficienza e che non c’è bisogno che anche io entri tecnicamente nell’argomento.
Non posso negare però che, specialmente negli ultimi anni (ah, la vecchiaia!), mi capita spesso di pensare al fatto che l’alcol è tossico e che bere fa male. Lo pensavo già anni fa, ma negli ultimi decenni le evidenze si sono fatte più solide e indiscutibili: non esiste, nella pratica, un limite sotto al quale bere alcol sia sicuro. Magari un giorno le evidenze cambieranno, ma al momento questo è lo stato delle cose.
L’alcol è un cancerogeno certo, scriviamolo chiaramente; e io mi cago sotto. Ma non è questo il punto, almeno non oggi. Ovviamente non è che bere porti al tumore per direttissima, ci sono fattori di rischio e percentuali che ciascuno può valutare a sua discrezione e assumersi il rischio che vuole. Io, ad esempio, negli anni ho cercato di non accollarmi altri rischi (tra cui il fumo), puntando su una corretta alimentazione e su una costante attività fisica. Questo non compensa gli effetti negativi dell’alcol, ma nel complesso riduce il rischio in generale.
Ci sono poi tanti altri elementi da considerare quando si parla di alcol, soprattutto di birra, che portano benefici di altri tipi (che, va detto, non compensano in alcun modo l’effetto cancerogeno dell’alcol). Ma è un discorso complesso in cui non mi voglio infilare oggi. Non è detto che non lo faccia in futuro, perché ho dei pensieri chiari al riguardo.
Ciò premesso, veniamo al punto tornando al tema del post: cose che non sopporto. Ecco, a me non piace l’esaltazione della bevuta seriale. Storco il naso quando leggo di gente che “ha sete” e va a farsi 12 birre. Le minchiate sulla birra piccola che sarebbe immorale, l’acqua che arrugginisce e tutte le altre battute da quarta elementare connesse all’alcol. Non mi piace la condivisione dell’eccesso, di intere giornate passate a bere qualsiasi cosa in qualsiasi posto. La condivisione della sbronza. Non ci siamo.
Capiamoci: io bevo, chi legge il blog immagino lo abbia capito. Anche io faccio i tour dei pub quando sono in viaggio. Anche io, alle volte (ormai molto di rado) bevo troppo. Ma non prendo con leggerezza il mio bere. E non mi piace l’idea di trasmettere leggerezza sul tema attraverso i social.
Non è tanto il singolo video, o la foto della birra, o anche la foto delle 10 birre che abbiamo bevuto in un solo giorno per un’occasione speciale. È il modo in cui lo si fa. Se c’è dietro un racconto, una ricerca, una storia, può aver senso. Ma se il tutto si riduce a una gara a chi sta più sbronzo, a chi fa più festa, a chi regge di più, a chi esplora più mondi alcolici in una sola serata (in particolare in contesti di giuria, dove si dovrebbe essere professionali), allora no. Non mi piace.
Nel mio piccolo, cerco sempre di limitare questo tipo di comunicazione. Non riesco sempre a farlo e soprattutto questo non significa che non mi capiti di esagerare, qualche volta. Ci sta, non sono qui a demonizzare nessuno. A volte, dietro possono esserci anche dei problemi seri; ma l’esaltazione delle bevute seriali, della sbronza e dell’eccesso mi danno fastidio. Dici: e sti cazzi. Ci sta, ma allora potevi smettere di leggere prima. Cheers dal biondino fatto con l’IA, che con la birra ci si è pettinato i capelli.






difficile non essere d’accordo su tutto, sopratutto sull’ultimo punto 😐
Assolutamente d’accordo su tutto.
L’alcol ti uccide lentamente, ma io non ho fretta 😬